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20/06/2018

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, pubblichiamo questo pensiero scritto da Roberto Macrì, presidente della Fondazione Onlus Opera Santa Rita.

 

Nel mondo al momento si stimano circa 260 milioni di migranti. Circa il 3,3% della popolazione mondiale, oltre 4 volte l’intera popolazione italiana. Tale dato è in aumento, rispetto al 2000, del 49%. Le cause paiono molteplici. La cattiva ripartizione delle risorse, l’instabilità politica, le carestie, il clima. Migrare però fa parte ormai anche delle autonome e spontanee scelte con cui le persone caratterizzano i loro progetti di vita.

Lo slogan, apparentemente di buon senso, «aiutiamoli a casa loro», in questa prospettiva, appare superato e ingenuo, perché non tiene conto dei molteplici ed irreversibili cambiamenti anche antropologici ormai avvenuti. La mobilità, l’intreccio e il dialogo tra culture diverse sono il nostro futuro o comunque il futuro che l’umanità nel suo complesso si sta costruendo. Fermare questo fenomeno, con il ritorno agli Stati chiusi e le frontiere protette da muri di cinta invalicabili, è come provare a fermare le onde del mare con le mani. Eppure la nostra legislazione si basa proprio su questo concetto.

A partire dalla Bossi – Fini si è reso praticamente impossibile migrare verso l’Italia utilizzando mezzi legali e consentiti, quali il regolare visto di ingresso. L’Europa, in assenza di una normativa comune, in linea con questa impostazione ha scaricato sull’Italia la maggior parte degli oneri di questo presunto compito di pattugliamento, lasciandoci in balìa degli sbarchi incontrollati e incontrollabili. Senza una normativa che lo consenta, quindi per chi decide di migrare verso l’Europa non rimane che una strada: il viaggio della disperazione. Questo fenomeno ha generato danni incalcolabili. Ne elenco alcuni.

Innanzitutto, la messa a repentaglio di migliaia di vite umane. Si calcola che negli ultimi 15 anni siano morte nel Mediterraneo oltre 30 mila persone. Un cimitero di immani proporzioni che non fa onore a nessuno e che nessuno, sono certo, vorrebbe aver generato.

Ma anche il proliferare di quello che comunemente viene definito il business dei migranti. Tale business è diretta conseguenza delle scelte politiche e legislative sopra accennate. Il primo e più deleterio fenomeno affaristico è quello degli scafisti. Essi proliferano a causa del descritto proibizionismo legislativo che li mette in condizione di agire in regime di assoluto monopolio e, quindi, definendo prezzi e condizioni del “servizio” a loro completo piacimento. Se i flussi trovassero uno sbocco anche attraverso una adeguata regolamentazione, le vittime del traffico potrebbero probabilmente arrivare a destinazione sane e salve e con qualche risorsa in più da utilizzare, magari, per la loro prima fase di integrazione. Un altro business è quello dei referenti locali, appositamente pagati per evitare le partenze. Per comune convenienza, spesso, glissiamo sui metodi utilizzati da questi soggetti, talvolta veri e propri carcerieri, (invero molto efficaci dato che gli sbarchi dalla Libia sono diminuiti dell’80%) organizzati con lager che solo alcuni cronisti illuminati hanno il coraggio di portare alla ribalta. Sono soluzioni che, al di là delle valutazioni etiche, paiono comunque transitorie e di breve durata come gli sbarchi di questi giorni evidenziano. Un altro presunto business è quello delle Ong. Alcune di queste organizzazioni pare che, per mitigare i rischi connessi al recupero dei possibili naufraghi, abbiano tenuto contatti diretti con chi detiene il monopolio delle tratte (gli scafisti, come detto). Per correttezza e verità, almeno ad oggi, non sono emersi fenomeni di corruzione o collusione e l’unica cosa certa è che hanno contribuito a salvare migliaia di vite. Comunque sia, anche la funzione di queste organizzazioni potrebbe venir meno nel momento in cui i flussi migratori fossero regolarizzati.

L’ultimo business è quello dell’accoglienza in Italia. Esso è in realtà il rimedio alle politiche inadeguate fatte dal nostro Paese e dei trattati europei nel loro complesso. Se i migranti possono arrivare solo con i barconi, per forza di cose occorre un conseguente sistema di accoglienza, atteso che nessuno immagina di lasciarli annegare in mare aperto. Lo Stato ha due sole possibilità. Affidare a terzi, come finora ha fatto, questo delicato compito, o assumerlo in proprio, dotandosi degli strumenti necessari. Data l’improbabile circostanza che lo Stato sia in grado, da solo, di organizzare il sistema di accoglienza, vi è invero un’altra possibile strada. Quella di vigilare alla fonte e con maggiore severità sulla qualità e la consistenza dei soggetti a cui si affidano questi servizi, riducendo così il rischio che il fenomeno venga gestito da soggetti poco trasparenti e malavitosi.

Come pure, l’inefficacia degli interventi e la dispersione delle risorse a disposizione. Con il perverso meccanismo normativo che si è creato, i migranti vengono accolti facendo riferimento ai trattati internazionali sul diritto di asilo. Si tratta di una convenzionale finzione, dal momento che la stragrande maggioranza di questi soggetti non ha la possibilità del riconoscimento del diritto di asilo (secondo le medie finora registrate siamo ben al di sotto del 50% e la percentuale è stata aumentata grazie alla introduzione di una particolare forma di permesso definita permesso per motivi umanitario). Di fatto quindi avviene che, espletate tutte le procedure, compresi i ricorsi, quasi il 50% dei soggetti ospitati nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) dopo aver fatto un percorso di inclusione lungo (anche 2/3 anni), costoso e impegnativo, si vedono recapitare un provvedimento di rimpatrio peraltro spesso impraticabile per la mancanza di accordi con i Paesi di provenienza. Così, dopo 2/3 anni di accompagnamento, buona parte dei migranti si ritrova in una condizione di clandestinità con tutte le negative conseguenze sul piano sociale e della sicurezza.

Infine, l’inevitabile conseguenza che del fenomeno migratorio abbiamo preso solo gli aspetti peggiori negandoci a priori la possibilità di far arrivare professionalità e potenzialità umane di cui abbiamo bisogno scegliendole ed anche a parziale recupero dell’anomalo andamento demografico del nostro Paese dovuto alla denatalità.

Pur tenendo conto della complessità del fenomeno, che come tale non può avere soluzioni uniche e semplicistiche, risulta evidente che occorra uscire dal protezionismo legislativo per definire leggi e condizioni con le quali si può legalmente arrivare in Italia ed in Europa senza rischiare la vita.

È in questo quadro che possiamo e dobbiamo rivendicare un ruolo della Unione Europea a condizione però che, con un cambio di paradigma, si metta al centro delle politiche comunitarie un nuovo patto che produca una normativa tesa a regolare i flussi e a ridistribuirne il carico sui singoli paesi dell’Europa, guardando a queste persone non solo come ad un problema di cui farsi carico, ma anche come ad un possibile e per certi aspetti necessario sostegno alle nostre economie. L’illuminato esempio, per ora solo di testimonianza, inaugurato dalla Comunità di Sant’Egidio, con i corridoi umanitari, va in questa direzione. Essa non può essere assunta a soluzione generalizzata del problema, ma indica una strada e un metodo che può portare soluzioni. Occorre trovare soluzioni analoghe, supportate da leggi e soprattutto dal coinvolgimento delle nostre comunità locali che, nell’interesse di tutti, non devono nel frattempo essere aizzate alla cultura del rifiuto del diverso, ma ad una sana ed equilibrata accoglienza. Solo questo può far crescere moralmente socialmente ed economicamente la nuova Europa che andrà costruita da chi arriverà dopo di noi e che dovrà convivere ordinariamente con una società in cui la convivenza con le diversità sarà parte essenziale e costitutiva.

 

Roberto Macrì

Presidente Fondazione Opera Santa Rita Onlus